
Per molto tempo, ho pensato che il calcio fosse un ottimo antidoto alle conversazioni su Wittgenstein. Bisogna immaginarsi il contesto: un salotto, meglio se di sinistra; una discussione accorata su problemi profondi; idee incastonate nelle loro montature di discorsi salubri; e poi (come direbbe Giorgia), in un disperato tentativo di sospensione, introdurre, con un vero e proprio tackle concettuale, l'elemento Francesco Totti (ma anche Cambiasso potrebbe andar bene, visto che siamo in tema di tackle).
Dopo la retorica patriottarda occasionata dal mondiale (ma non si potrebbe fare ogni quaranta anni invece che quattro?), dopo la pantomima del calciomercato, comincio invece a pensare che Wittgenstein sia un ottimo antidoto alle conversazioni sul calcio (in particolare, la proposizione n. 7, come la maglia, del Tractatus, e non nella banale vulgata secondo cui se non si sa ciò di cui si sta parlando è meglio stare zitti: il calcio appartiene o non appartiene alla sfera del mistico?).
Totalmente demotivato, lo scorso sabato sera guardavo non so quale semifinale dell’Open degli Stati Uniti. A un cambio di campo, ho fatto un’escursione sul telecomando e mi sono imbattuto in Cesena-Milan, che si sa quanto è finita. A parte l’ilarità per il rigore sbagliato da Z. Ibrahimovic (un nome e un cognome, per favore, non il nomignolo), a parte la solidarietà umana a F. Caressa, che si vede proprio che gli dispiace quando la squadra che dovrebbe vincere cinque a zero non vince cinque a zero, a parte la triste considerazione per cui il Milan sta diventando l’Inter e l’Inter sta diventando il Milan, mi sono ricordato che, agli albori del mio interessamento calcistico, la mia squadra di allora, per pura casualità geografica il Messina, tornava sempre dal “Dino Manuzzi” con almeno due gol sul groppone.
In genere, si dice che il pubblico sia il dodicesimo uomo in campo. In realtà, se un dodicesimo c’è, non si tratta del pubblico, bensì dello stadio. Che non si tratti del pubblico, quello della Roma ne è controprova. Per quanto mi riguarda, basterebbe la canzone di Venditti perché l’arbitro emetta subito il triplice fischio e dia la vittoria d’ufficio alla squadra di casa. E invece le cose all’Olimpico girano quasi mai per il verso giusto (basti pensare all’epilogo dello scorso campionato).
Lo stadio del Cesena è uno di quegli stadi in cui, effettivamente, la palla può andare in porta da sola. Bisognerebbe parlarne con qualche premio Nobel, ma con ogni probabilità è un effetto che dipende da un fenomeno di curvatura dello spazio. Concorrono a questa curvatura vari elementi.
Innanzi tutto, le dimensioni. Lo stadio, per ottenere quell’effetto, deve essere piccolo. Non piccolo in senso assoluto, esistono stadi enormi che sono comunque piccoli. Raccolto è forse la parola adatta. Non ci deve essere la pista d’atletica, questo è chiaro, ma soprattutto l’andamento degli spalti non deve procedere in larghezza, se no lo stadio è buono solo per le amichevoli della nazionale o per un concerto di Ligabue. Angusto e verticale, lo stadio deve comunicare, architettonicamente, alle ordinarie leggi della fisica che nel suo spazio loro non entrano.
In secondo luogo, il tipo di tifo. Stadi del genere escludono in partenza il tifo cartesiano (tifo per questa squadra perché vince o ha vinto molto), il tifo Woody Allen (tifo per questa squadra perché mi ci identifico e ne posso parlare alla ragazza che non conquisterò perché la ammorbo con queste stronzate), il tifo complessato, a ben guardare una variante del precedente (tifo per questa squadra perché è vittima del sistema, arbitri venduti a quelle merde dei gobbi, per citarne uno a me vicino), il tifo estetizzante (tifo per questa squadra perché pratica la bellezza del calcio), il tifo radical-chic (tifo per questa squadra perché non è di un magnate brutto e cattivo). Stadi del genere ammettono solo il tifo dionisiaco: il delirio puro, inconsapevole, che celebra un rito misterico.
In terzo luogo, il rumore. In questi stadi non si sente un brusio di sottofondo, né un’altalena nervosa di silenzio e singulti. Si sente solo un unico, ininterrotto, frastuono. Per dirla con il mio manuale di fisica purtroppo mai aperto, il rumore è la quarta dimensione, il tappo che si chiude sul cratere, è il limite, il lasciate ogni speranza voi che entrate.
Arturo