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domenica 11 aprile 2010

¡Ojalà no sea Diego si no Leo!


I paragoni si sprecano, il miraggio di rivivere il passato ormai andato è forte, e lui, il nuovo piccolo grande distillato di classe, tecnica e fantasia calcistica, è li che in ogni modo, partita dopo partita, o meglio partido después partido, coltiva quel sogno collettivo, lo cura, rendendolo sempre più vivido.
Lionel Andrés Messi da Rosario, Santa Fè, Argentina, Sud America, Mondo, è semplicemente Il Calcio, attualmente il giocatore che più di ogni altro identifica in se il magico gioco del pallone, finta dopo finta, tiro dopo tiro, passaggio dopo passaggio, intuizione dopo intuizione.
Non è caso raro nel calcio che colui il quale è, dai “dotti”, considerato il miglior giocatore del mondo giochi nella squadra migliore del mondo (basti guardare le ultime classifiche dei palloni d’oro!), ma non è altrettanto agevole reperire nel recente passato una squadra tanto bella, forte e vincente come il Barca di oggi, con giocatori che, nei rispettivi ruoli, rappresentano il meglio o quasi il gioco del pallone possa mettere a disposizione: Xavier Hernández Creus da Terrassa, Catalogna, Spagna, Europa, un altro che, insieme al divino Leo, vede “cose che voi umani non potreste immaginarvi..”, Daniel Alves da Silva da Juazeiro, Bahia, Brasile, Sud America, un signore che ama correre su e giù su fascia come il suo antenato Cafù, ma sa toccare quella palla con la forza e la delicatezza che solo i brasiliani sanno avere, Andrés Iniesta Luján da Fuentealbilla, Castiglia-La Mancia, Spagna , Europa o Gerard Piqué Bernabeu da Barcellona, Catalogna, Spagna , Europa.
Il Barcellona, orgoglio Catalano, fierezza tutta spagnola di un calcio che non ha tempo e che riesce a conciliare bellezza, ariosità, divertimento, praticità e vittorie… tante vittorie!
C’è modo e modo di vincere e c’è modo è modo di essere vincenti, c’è chi riesce a conquistarsi i complimenti ed il rispetto degli avversari, c’è chi invece pretende che questi chinino il capo dinnanzi ai vincitori.
La straordinaria grandezza del gioiello di Josep “Pep” Guardiola da Santpedor, Bages, Catalogna, Spagna, Europa, è che malgrado da due anni vinca praticamente ogni competizione, quasi ogni vero sportivo ed amante del calcio (salvo, credo, i tifosi delle merengues e gli Interisti) non può esimersi dal parteggiare per loro, a sognare con il loro gioco, a godere con i loro giovani talenti, a gioire ammirando il miglior giocatore del mondo.
La grandezza della compagine Català sta anche nel modo in cui il suo Leonida si presenta davanti alla stampa ed al mondo in adorazione, sta nel fatto che prima di stravincere il “partido del siglo/milenium” si limiti a dire: «bè se vinciamo bene altrimenti non è morto nessuno…», sta nella umiltà di ricordarsi di Maldini e di Mazzone nel momento del trionfo più grande, sta nel fatto di riuscire a trasmettere a tutti, giocatori e non, che il calcio è soprattutto divertimento, gioia e fantasia e non una questione di interessi, intercettazioni e vil denaro!
C’è solo un piccolo tarlo che mi frulla in testa in questi giorni.
Si dice che gli esseri umani amino ricercare le similitudini, le analogie, le somiglianze tra le cose, siano esse dello stesso tempo, siano esse figlie di storie, culture, realtà e tempi diversi, pare sia una cosa cui l’uomo è indotto ancestralmente a compiere con o senza ragione.
E il calcio, delirio collettivo della società, non fa certo eccezione; così ogni volta che nasce un nuovo talento che ha il pregio di innalzarsi sopra gli altri, ecco che inizia l’avida ricerca di paragoni con il passato: cosi è stato per Ronaldo Luís Nazário de Lima da Rio de janeiro, così è stato per Ronaldo de Assis Moreira da Porto Alegre, così è stato per Roberto Baggio da Caldogno, così è stato per Romario, Cantona, Zidane e tanti altri… è ormai bramosa consuetudine giornalistica ricercare il campione del passato e paragonarlo a quello di oggi per poi… dimenticarsene….
Questa è la cosa strana, Maradona/Messi somiglianza incredibile e bellissima che partita dopo partita, goal dopo goal sembra sempre più viva: basti pensare alle terre natali, all’altezza, al fisico da puffo, al piede preferito, al goal all’Inghilterra ed a quello al Getafe.
Alla straordinaria somiglianza manca forse la capacità di sapere tirare le punizioni che ancora il talento Blaugrana non ci ha mostrato con ineluttabile consuetudine come soleva fare il suo avo, ma forse è solo questione di tempo… di contro il nostro giovane pallone d’oro riesce a realizzare le sue imprese in un calcio che corre a 150 all’ora ove ci sono i Cristiano Ronaldo, i Sergio Ramos, i Maicon, i Villa, gli Alvarez, i Rooney, i Nanì, tutta gente che ha dovuto aggiungere alla capacità di sapere toccare il pallone una cura per il proprio fisico ed il proprio stato di forma che 20 anni fa era a dir poco impensabile.
La straordinaria grandezze del nostro Leonel è che nel giro di tre giorni si permette di irridere i giovani virgulti Wengheriani con 4 goal e poi di rischiare di farne altri 3 ai sontuosi e ricchi galacticos.
… ma se domani nasce il nuovo niño della cantera vi prego paragoniamolo al gioiellino del Barcellona, o al vichingo Rooney e non più al grande Diego che giocava un altro calcio, che ci ha già fatto sognare, ma che appartiene ad un'altra epoca purtroppo o forse per fortuna, d’altra parte accontentiamoci di avere già il nuovo Senna, il nuovo Borg, il nuovo Agostini, il nuovo Nicklaus

Eddie

P.S.
Lasciatemi compiacere perché ieri al Santiago Bernabeu, nella partita più importante della Liga, tra le squadre più importanti siano scesi in campo 11 giocatori nati nella penisola iberica per poi diventare 14 con i cambi, all’Olimpico, per Roma-Inter, compresi i subentrati erano solo 6… ma siamo pur sempre i Campioni del Mondo!

domenica 3 gennaio 2010

Perché quella foto

In una delle citazioni che si trovano nella pagina di Wikipedia su Diego Armando Maradona, sta scritto:

“Il più grande campione che ho visto giocare è Diego Armando Maradona. Credimi, figlio mio, non esisterà mai più, nei secoli dei secoli, un altro come lui” (Darwin Pastorin).

Per chi appartiene alla leva calcistica del 1978, i primi ricordi su Diego Armando Maradona dovrebbero collocarsi in certi dopo pranzo estivi del 1982, quando attorno alle televisioni, alcune ancora in bianco e nero, gli adulti si radunavano per assistere ai Mondiali di Spagna.
Allora si seppe che contro l’Italia, in una specie di gironcino preliminare alle semifinali, avrebbe giocato, con la maglia dell’Argentina, un giocatore molto pericoloso.
Gli adulti spiegarono che tale Maradona sarebbe stato marcato a uomo, cioè seguito passo passo per tutta l’estensione del campo, da Claudio Gentile, difensore e bandiera della Juventus. Questo, a loro dire, era l’unico modo per tentare di vincere.
Claudio Gentile aveva la stessa faccia di suola (con baffi annessi) di certi commissari che si possono trovare in film epocali come “Milano odia, la polizia non può sparare”, “Torino violenta”, “Il giustiziere sfida la città”.
Con zelo e ferocia degni dell’ispettore Callaghan, in effetti, Gentile si attaccò alle caviglie di Maradona per novanta minuti, buttandolo a terra ogniqualvolta la palla fosse in avvicinamento. Neutralizzato il numero dieci, l’Argentina era una squadra abbordabile e l’Italia, come è noto, vinse la partita.
Poi c’è un catino di centomila anime che lo vede palleggiare costretto in un paio di jeans, perché il presidente del Napoli, nel 1984, era riuscito a comprarlo dal Barcellona.
Poi i ricordi si fanno più nitidi, e l’ascesa e il declino costituiscono ormai memoria collettiva. Ci hanno fatto film, scritto canzoni, alcune immagini sono assurte al rango di spot-momenti di gloria, tipo la famosa accoppiata gol di mano/gol più bello (così si dice) della storia del calcio nel quarto di finale dei Mondiali in Messico del 1986 contro l’Inghilterra.
Dunque è difficile aggiungere, oggi, qualcosa su Maradona.
C’è però un momento, appena meno noto degli altri, che è, forse, abbastanza rappresentativo del significato di Diego Armando Maradona nella storia del mondo.
Nel campionato 1985/1986, la Juventus iniziò vincendo le prime otto partite. Alla nona, fu ospitata dal Napoli, in un acquitrino che era anche una bolgia. Finì uno a zero per il Napoli, grazie alla punizione di Maradona da dentro l’area di rigore.
Forse è stato il più grande perché ha incarnato uno dei rari casi in cui succede l’impossibile. In quel momento c’è tutto: la sconfitta della squadra più forte di quegli anni, la più titolata tra le italiane; il delirio di una città disabituata, in ogni senso, alla vittoria; un gesto tecnico probabilmente irripetibile, che a raccontarlo non ci si crederebbe.
Forse è stato il più grande perché con lui l’elemento dionisiaco entra nello sport, capovolgendo le logiche comuni, vincendo dove non si sarebbe dovuto (e potuto) vincere, a Napoli, ma anche in Messico, dove Maradona praticamente da solo conquistò il campionato del Mondo, giocando in una squadra di gran lunga inferiore alle concorrenti.
Se si guarda oggi l’amabile Cristiano Ronaldo, con i suoi muscoli luccicanti di jet-set, non c’è alcuno stupore nel constatarne i successi. Ma da quell’impasto di voglie e follia, quasi sempre in sovrappeso, sangue disperato e ossessivo, da quella malata allegria, da quel sovvertimento di ordine, non ci si poteva certo aspettare tutto quello che ha fatto.
Adesso allena, a quanto pare malissimo, la nazionale Argentina, in vista dei mondiali di giugno in Sudafrica. Invece di un noioso bis italico o del solito Brasile, chissà se i numi non regaleranno a Diego, e a noi, un altro sorprendente colpo di teatro.

Arturo