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domenica 20 novembre 2011

Il gol più bello di tutti i tempi

Il gol più bello di tutti i tempi temevo di non rivederlo mai più, e di continuare a proiettarlo nella mia memoria, ogni volta apportando qualche falsificazione, fino a smarrirne del tutto i tratti e i contorni. Invece ieri, passeggiando pigramente negli archivi digitali, mi si è parato davanti come un’epifania, e mi sono reso conto che non è stato poi troppo diverso da come lo rimasticavo da sempre, aiutato dalla convivialità o da una bottiglia di vino, raccontandolo come un’apparizione fantasmagorica nei cantieri della mia infanzia.
In sintesi, tre sono stati i momenti decisivi della mia educazione sentimentale e calcistica. Il primo mi vuole stregato davanti a un piccolo schermo in bianco e nero, a innamorarmi di Giancarlo Antognoni, tanto che ancora in qualche cassetto conservo alcune foto autografate, sue, di Daniel Bertoni e Daniel Passarella, in cui campeggia al centro della maglia un giglio enorme primi anni ’80. Così -quasi non camminavo- mi misi a tifare per una squadra che certo non giovò agli albori delle mie relazioni sociali, perché dalle mie parti era sconosciuta almeno quanto una compagine della seconda divisione rumena, ammesso che la Romania abbia una seconda divisione.
L’ultimo mi vuole incredulo davanti ai fuochi pirotecnici che Zdenek Zeman accese nel suo breve transito sulle rive dello stretto. Fu l’anno in cui Totò Schillaci segnò valanghe di gol (23 mi pare), pur partendo spesso dalla panchina, per i motivi imperscrutabili noti solo ai silenzi dell’intellettuale boemo. Ovviamente il Messina non salì in serie A, ma l’esperienza dell’incredibile fu nitida per tutta la stagione e culminò con il pareggio interno (in coppa Italia?) 1 a 1 con il Milan di Sacchi, con gol, ecco credo che questo sia il punto, di Pierleoni e Van Basten. Pierleoni e Van Basten. Ancor più stupefacente del fatto che il Messina giocò alla pari, e forse meglio, con quel Milan, è che a segnare furono quei due, l’apollineo centravanti e l’oscuro lavoratore del centrocampo, che Zeman quell’anno trasformò in esterno del 4-3-3 e in una specie di Robinho ante litteram, Robinho che segna, però.
L’intermedio mi vuole abbonato sugli spalti del “Giovanni Celeste” a seguire le gesta del Messina di Franco Scoglio, e fu lì, in una di quelle domeniche invernali sicule in cui la temperatura non scende al di sotto dei dodici gradi, che si consumò il gol più bello di tutti i tempi. Il Messina, neopromosso dalla C1, era in testa alla classifica, mi pare di ricordare che fosse una delle prime partite del girone di ritorno. Ospitava il Taranto e, sospinto da un catino infernale, passò in vantaggio con gol di tale Mossini (in realtà io le sgroppate di Mossini me le ricordo benissimo, ma dico tale per dare una parvenza di distacco, assolutamente fittizia). All’ottantottesimo circa, pareggiò il Taranto con gol di tale Biondo (qui il significante di tale è più aderente al suo significato).
Nei dintorni del novantesimo al Messina fu concessa una punizione dal limite. Il suo fantasista, Peppe Catalano, anziché batterla come i cristiani, cercando di scavalcare la barriera e di mettere la palla all’incrocio (ed era anche bravissimo in questo, come tra poco dirò), scelse un’opzione più suggestiva, resa ancor più suggestiva dal fatto che non c’era più tempo, era il novantesimo. Secondo le antichissime consuetudini del c.d. calciatore di “ciumàra” (per calciatore di “ciumàra” si legga calciatore che gioca o quanto meno si forma nei greti inariditi dei torrenti meridionali, utilizzando come pali lavastoviglie dismesse e come linee colline di detriti argillosi), Peppe Catalano, che era un talento cristallino, con ogni probabilità disse al compagno di squadra “compàre, dàmmela qua” e invece di tirare, entrò letteralmente dentro la barriera, ne uscì indenne palla al piede, avanzò ancora un poco, tirò e scosse le fondamenta dello stadio.
Rivedendolo ora, non è del tutto esatto che entrò dentro la barriera, perché fu facilitato dal fatto che i giocatori del Taranto ne disposero una rudimentale, forse perché la punizione non era dal limite, era un po’ dietro, ma insomma, il concetto mi pare più o meno lo stesso.
Non che non fossi avvezzo alle sue prodezze (sicuramente nei bar di Messina Sud suo capolavoro è reputato il gol del 6 a 0 al Monopoli nel campionato di C1; a me invece piace ricordare la sua specialità, cioè la punizione laterale, quasi dalla lunetta del corner, che invariabilmente riusciva a recapitare all’incrocio dei pali opposto, cosa che non mi è più capitato di rivedere, almeno compiuta con intenzione), e non che non fossi avvezzo alle prodezze di altro giocatore lunare che fu Franco Caccia, uno che, per intendersi, batteva gli angoli di esterno destro, ma quel gol contro il Taranto mi parve, e mi pare tuttora, la summa di un calcio fiabesco e, insieme, un gesto irripetibile (qualcosa di simile l’anno scorso, il gol di Lavezzi al Milan).
Peppe Catalano fu acquistato poi dall’Udinese e fuori dal suo contesto, minato anche dagli infortuni, perse il tocco e forse la magia. Chiuse la sua carriera nell’Akràgas, squadra per cui io stravedo, non foss’altro per il nome dello stadio, Esseneto, e per il fatto che milita in una divisione onirica, in cui si contende la gloria con le più importanti compagini del mondo, tra cui Corinto, Delfi e Cartagine.
Oggi credo che alleni il Favàra, in eccellenza, e nel suo percorso a ritroso intravedo qualcosa della voluttà sicula (lui è lucano, ma non si offenderà se qui lo considero siculo d’adozione) di ripiegarsi nei cristalli della marmellata di mele cotogne, nel profumo dei gelsomini, nell’ebbrezza stordente della caponata, quello stesso ripiegarsi che induce le squadre siciliane, con la lodevole eccezione di Catania e Palermo, a cedere alla seduzione del fallimento e a ricominciare sempre dal nulla, dal campo di sabbia, dalla miseria e dalla scaramanzia.


Se a qualcuno fosse venuta la curiosità, il gol più bello di tutti i tempi è possibile vederlo da qui. ;)


Arturo

martedì 13 aprile 2010

Vele ancora tese, bandiera genovese

Se un giorno dovesse capitare di trovarsi in un lungomare esposto a levante, di vedere pezzi di isola sparsi all'orizzonte, con dietro la sagoma scura di un vulcano che è anche una trottola capovolta, si saprebbe che quel luogo è Cannèto, il borgo minore di Lipari, dalle stanze affittate a prezzo più basso, dai bar senza pretese, dall'ossidiana e dalla pomice sbriciolate sulle bancarelle dei ragazzini (carùsi, bisognerebbe dire, carùsi).
Ci si siederebbe, se fosse la metà di giugno, nella canicola, davanti a un caffè freddo, guardando il colori del mare. Poi qualcuno si avvicinerebbe ricordando una data o un impegno, e con serafica calma, senza muoversi, gli si replicherebbe nel modo con cui da quelle parti ingannano il tempo: "ora".
Cioè dopo, più tardi, forse mai.
Qui nasce, nei primi di maggio del 1941, l'allenatore di calcio Francesco Scoglio.
Da buon isolano, ha disdegnato tutto ciò che non fosse naufragare o affiorare. Con qualche preferenza per la prima opzione, va detto.
A scorgere le bandierine della sezione squadre allenate nella voce di Wikipedia, si percepisce la lunga teoria dei suoi fallimenti. Amava in genere subentrare a campionato in corso, elettrizzare ambienti comatosi, ricorrere a prassi da Stato d'eccezione. Qualche volta ci riusciva, qualche volta no; se andava bene, l'anno dopo, alla sesta o alla tredicesima, veniva puntualmente esonerato, non senza melodrammi.
Ma nella sua totale assenza di ogni vittoria, ha regalato momenti esaltanti.
Nel campionato di serie B del 1985/1986 rischiò di portare in serie A un Messina appena promosso dalla C1. In casa, quelli che lui chiamava "i miei bastardi" (rimasti, tranne Salvatore "Totò" Schillaci e Nicolò "Nicola" Napoli, per lo più senza gloria) giocavano in una bolgia da cui uscirono, quell'anno, sempre imbattuti. All'ingresso in campo, avvicinandosi alla panchina, Scoglio mostrava sempre il pugno a un pubblico in delirio.
Qualche anno più tardi, e questo è il punto, tornò al "Giovanni Celeste" con il Genoa, squadra con cui, finalmente, avrebbe conquistato la serie A. Seppure fosse l'allenatore ospite, non cambiò il modo di salutare, di nuovo col pugno chiuso vicino alla tasca della giacca. Tutto lo stadio si alzò in piedi ad applaudire.
Dove è riuscito a instaurare questo rapporto mistico con la tifoseria non sarà dimenticato, a Genova come a Messina. Più ancora dell'ottimo primo campionato di serie A con il Genoa, resterà negli annali il suo secondo ritorno a Marassi, nella serie B 2001/2002, dove importò degli immaginifici giocatori tunisini, tra cui il terzino Raouf Bouzaiene, che aveva scoperto nella sua prima avventura africana (la seconda fu la Libia, qualche anno più tardi).
Il gol su punizione di Francioso nel derby con la Sampdoria fu l'apoteosi. Lo videro correre verso la curva rossoblu, come per volercisi buttare, come se fosse il mare di Cannèto, di fronte alla porta di casa.
Delle innumerevoli frasi celebri, la più significativa è forse questa: "la sconfitta mi esalta, mi fa assaporare stimoli insostituibili".
E' stato un filibustiere, un venditore di tappeti, un professionista del cardiopalmo. Ma era il genere di uomo che rifiuta i compromessi al rialzo, e che il meglio lo dà sempre gratis, perché certe cose non hanno prezzo.
Se fosse venuto qualcuno a proporgli l'acquisto di quell'ostinata anima isolana per un piatto di lenticchie o una bacheca colma di trofei, di sicuro gli avrebbe risposto "ora".
Cioè dopo, più tardi, forse mai.

Arturo