
Se un giorno dovesse capitare di trovarsi in un lungomare esposto a levante, di vedere pezzi di isola sparsi all'orizzonte, con dietro la sagoma scura di un vulcano che è anche una trottola capovolta, si saprebbe che quel luogo è Cannèto, il borgo minore di Lipari, dalle stanze affittate a prezzo più basso, dai bar senza pretese, dall'ossidiana e dalla pomice sbriciolate sulle bancarelle dei ragazzini (carùsi, bisognerebbe dire, carùsi).
Ci si siederebbe, se fosse la metà di giugno, nella canicola, davanti a un caffè freddo, guardando il colori del mare. Poi qualcuno si avvicinerebbe ricordando una data o un impegno, e con serafica calma, senza muoversi, gli si replicherebbe nel modo con cui da quelle parti ingannano il tempo: "ora".
Cioè dopo, più tardi, forse mai.
Qui nasce, nei primi di maggio del 1941, l'allenatore di calcio Francesco Scoglio.
Da buon isolano, ha disdegnato tutto ciò che non fosse naufragare o affiorare. Con qualche preferenza per la prima opzione, va detto.
A scorgere le bandierine della sezione squadre allenate nella voce di Wikipedia, si percepisce la lunga teoria dei suoi fallimenti. Amava in genere subentrare a campionato in corso, elettrizzare ambienti comatosi, ricorrere a prassi da Stato d'eccezione. Qualche volta ci riusciva, qualche volta no; se andava bene, l'anno dopo, alla sesta o alla tredicesima, veniva puntualmente esonerato, non senza melodrammi.
Ma nella sua totale assenza di ogni vittoria, ha regalato momenti esaltanti.
Nel campionato di serie B del 1985/1986 rischiò di portare in serie A un Messina appena promosso dalla C1. In casa, quelli che lui chiamava "i miei bastardi" (rimasti, tranne Salvatore "Totò" Schillaci e Nicolò "Nicola" Napoli, per lo più senza gloria) giocavano in una bolgia da cui uscirono, quell'anno, sempre imbattuti. All'ingresso in campo, avvicinandosi alla panchina, Scoglio mostrava sempre il pugno a un pubblico in delirio.
Qualche anno più tardi, e questo è il punto, tornò al "Giovanni Celeste" con il Genoa, squadra con cui, finalmente, avrebbe conquistato la serie A. Seppure fosse l'allenatore ospite, non cambiò il modo di salutare, di nuovo col pugno chiuso vicino alla tasca della giacca. Tutto lo stadio si alzò in piedi ad applaudire.
Dove è riuscito a instaurare questo rapporto mistico con la tifoseria non sarà dimenticato, a Genova come a Messina. Più ancora dell'ottimo primo campionato di serie A con il Genoa, resterà negli annali il suo secondo ritorno a Marassi, nella serie B 2001/2002, dove importò degli immaginifici giocatori tunisini, tra cui il terzino Raouf Bouzaiene, che aveva scoperto nella sua prima avventura africana (la seconda fu la Libia, qualche anno più tardi).
Il gol su punizione di Francioso nel derby con la Sampdoria fu l'apoteosi. Lo videro correre verso la curva rossoblu, come per volercisi buttare, come se fosse il mare di Cannèto, di fronte alla porta di casa.
Delle innumerevoli frasi celebri, la più significativa è forse questa: "la sconfitta mi esalta, mi fa assaporare stimoli insostituibili".
E' stato un filibustiere, un venditore di tappeti, un professionista del cardiopalmo. Ma era il genere di uomo che rifiuta i compromessi al rialzo, e che il meglio lo dà sempre gratis, perché certe cose non hanno prezzo.
Se fosse venuto qualcuno a proporgli l'acquisto di quell'ostinata anima isolana per un piatto di lenticchie o una bacheca colma di trofei, di sicuro gli avrebbe risposto "ora".
Cioè dopo, più tardi, forse mai.
Arturo