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venerdì 2 marzo 2012

Diario del tifoso eterno (Parte III: Solo con i tuoi occhi)

Di tutte le volte che ho tradito, la più avventurosa fu sotto la bandiera blu e rosso granato, non tanto per lo scoramento che mi invase dopo aver abbandonato i confratelli di Francis-Le Blé, quanto perché mi condusse a un approdo inatteso, come se il destino avesse voluto ricambiarmi con la mia stessa moneta fedifraga. Fu come se mi dicesse, bene, ho capito che il tuo girovagare è una strategia per truffarmi, ma non credere che io non presenti il conto lo stesso, e così accadde che mi ritrovai per la prima volta senza direzione, come un turista a cui qualcuno si sia divertito a capovolgere i cartelli stradali.
In origine, come tutti, fui ammaliato dalla morbida tirannia calcistica di cui il Barcellona avvolse il calcio europeo per almeno un lustro. Le agiografie sono copiose, basterà qui ricordare l’ininterrotto fraseggio, il sistema di gioco sviluppato fin dalle giovanili, i ricami che impreziosivano il gioco di attacco. La mia generazione, ansiosa di assicurarsi un frammento di eternità, proclamò l’argentino Lionel Messi il più grande giocatore di tutti i tempi. In breve tempo si moltiplicarono gli emuli, una squadra italiana, la più sensuale, fu scelta per replicare con un esperimento, che solo molto tempo dopo ebbi l’ardire di definire virale, lo stupefacente modello catalano.
Trovai lavoro di contrabbando in una farmacia (portavo i farmaci a domicilio, come se si trattasse di insalate) e quanto guadagnato mi bastava per pagarmi l’affitto di una stanza vicino al Camp Nou, in una traversa di Avingùda de Madrid. Arrivai in tempo per celebrare la vittoria dell’ultima Liga, in cui furono più volte umiliati i rivali del Real, e per assistere alla spaventosa dimostrazione di classe esibita nella finale del Campionato Europeo contro gli inermi -quella sera- inglesi del Manchester United.
Sul finire dell’estate, conobbi Alejandra. Per qualche strana ragione, Barcellona è considerata luogo privilegiato per iniziazioni e conoscenze carnali, quasi si volesse rimuovere, confinandola in un unico punto, la banale constatazione che le tenaglie del desiderio stringono a loro insindacabile capriccio, incuranti della varietà -e ancor più dell’opportunità- dei contesti. Alla luce degli eventi che seguirono, mi sono formato un’idea in parte diversa, per cui la fama cordialmente orgiastica della città catalana potrebbe essere il riflesso di una precisa strategia volta a commerciare il sesso (e il calcio?) come gioco, senza desiderio e, verrebbe da dire, senza attrazione.
Alejandra era sia bella che intelligente, cosa inconcepibile per le intelligenti. A volte, mi imbarazzava andarci in giro, perché le sue tattiche di abbigliamento erano studiate con la stessa minuzia di chi costruisce navi in bottiglia, solo che lo scopo ultimo era scatenare una reazione di autentico panico, misto ad angoscia, in chi avesse la ventura di passarle accanto, in metropolitana come nelle pulperie di Carrèr de la Mercé, dove passavamo interi pomeriggi a dilungarci davanti ai crostini con le acciughe e al fritto di orecchie di porco.
Ma ben più temibile della sua vocazione a sedurre, e forse in qualche modo a essa stranamente legata, era la fermezza con cui si proponeva di distruggere, con dialettica serrata e pensiero tutto femminile, Barcellona, e soprattutto il Barcellona, come fenomeno superficiale di una più ampia concezione del mondo.
Alejandra era tifosa, anche se forse la parola più esatta sarebbe dedita, dell’Espanyol. Della squadra minore di Barcellona, di cui io prima di allora neppure consideravo l’esistenza, seguiva tutte le partite, in casa come in trasferta. Sebbene si sia sporadicamente affermato nella Copa del Rey, l’Espanyol non è di certo motivo di particolare orgoglio per i suoi tifosi, e ancor di meno lo era in quegli anni in cui non riusciva a sollevarsi dalle secche di una classifica medio-bassa.
Nulla la faceva infuriare di più della mia infatuazione per il Barcellona, e rifiutava con sdegno ogni argomento che derivasse dalle evidenti e plastiche abilità dei campioni del mondo. In una delle prime domeniche del campionato, mi convinse a seguirla al Cornellà-El prat, per vedere un qualche malaugurato Espanyol-Real Zaragoza. La partita, per me che venivo dalle pirotecnie del Camp Nou, fu di una noia mortale. Non succedeva niente, le squadre sembravano bloccate, incapaci di creare azioni o di abbozzare una trama di gioco dignitosa. Ci fu quella sera soltanto una cosa sconvolgente, il modo con cui Alejandra seguiva la partita, la compassione e il piacere quasi fisico con cui avvertiva le vibrazioni di uno spettacolo sportivo deludente ai miei occhi, ma straordinariamente intenso ai suoi, o forse sarebbe più esatto dire alle sue narici e ai suoi pori, perché sembrava che lo assorbisse, come se si trattasse di aria o calore.
Tornando dallo stadio, Alejandra assalì il mio disorientamento, contestando ancora una volta che si potesse anche solo concepire un sostegno per il Barcellona. “Chi te l’ha detto che allo stadio si va per divertirsi? E soprattutto, come puoi pretendere che ventidue persone che corrono per novanta minuti facciano di tutto per divertirti? Solo perché paghi il biglietto, dici, allora Barcellona è il posto giusto per te, paghi e ti svaghi, sulle Ramblas come allo stadio”. Provavo in tutti i modi a calmarla, ma i miei tentativi la sobillavano ancora di più. “Il Barcellona è come un libro di Cortàzar, un funambolismo verbale spacciato per esistenza. Tu non capisci niente di calcio, come del resto di letteratura, il calcio è dolore, è fatica, e il fiato avvilito che regge la mediocrità. Tu vai a vedere i giochini dei tuoi prediletti, io vado a sentire uomini sputare e ansimare, sai come starebbero meglio con una giapponese a massaggiarli in quell’ora e mezza?”. A nulla valse farle notare che la giapponese li avrebbe potuti massaggiare per tutto il resto del giorno.
In quell’atmosfera di ostilità, l’accompagnai fino a casa sua, dove per la prima volta mi disse “sali”. Pensai che fosse l’inizio, adesso so che era la fine. Nell’intervallo brevissimo di quella notte, Alejandra mi riversò addosso la stessa furiosa ebbrezza, la stessa compenetrazione con cui aveva vissuto la partita dell’Espanyol, e nel buio nitido in cui la toccai per l’unica volta mi sorpresi a restituirle queste capacità sconosciute, arrivando fino al fondo del suo respiro, nei territori aspri e per nulla amichevoli della sua anima.
La mattina dopo mi comunicò che non mi avrebbe voluto vedere mai più. Che andassi pure a divertirmi con qualche italiana sulle Ramblas o a una partita al Camp Nou. Per mesi vagai per Barcellona senza meta e senza speranza, cercando di comprendere cosa mi fosse successo, tornando con la mente ai fasti del Barcellona e agli stenti dell’Espanyol, a quella notte indimenticabile, all’oscuro riferimento a Cortàzar, che pure tanto avevo amato.
Ho appreso che Alejandra porta lo stesso nome del fiammeggiante personaggio di “Sopra eroi e tombe”, il romanzo di Ernesto Sàbato. Lo lessi di un fiato, come per incontrarla ancora una volta, tanto fui sicuro della sua identificazione nell'inafferrabile vagabonda di Buenos Aires. Cominciai a seguire le partite dell’Espanyol, le magre sconfitte, i pareggi sordidi, cercando quello che intravidi attraverso Alejandra, il risvolto oscuro, la materia affamata, la volontà trattenuta e inesplosa.
Per ironia della sorte, quell’anno il Barcellona cominciò a manifestare qualche crepa nel suo progetto di effusione calcistica, e se oggi potessi parlare ad Alejandra le direi che aveva ragione, che i miei occhi erano ciechi e la mia pelle occlusa, che niente è più orribile del matrimonio tra potere e bellezza, ma che se un dribbling (o un avverbio) possono non condannare Barcellona e il Barcellona, ciò avverrà solo quando sarà per riscattarlo dal declino, per sollevarlo un istante dalla dannazione e dalla sconfitta.


Arturo

domenica 11 aprile 2010

¡Ojalà no sea Diego si no Leo!


I paragoni si sprecano, il miraggio di rivivere il passato ormai andato è forte, e lui, il nuovo piccolo grande distillato di classe, tecnica e fantasia calcistica, è li che in ogni modo, partita dopo partita, o meglio partido después partido, coltiva quel sogno collettivo, lo cura, rendendolo sempre più vivido.
Lionel Andrés Messi da Rosario, Santa Fè, Argentina, Sud America, Mondo, è semplicemente Il Calcio, attualmente il giocatore che più di ogni altro identifica in se il magico gioco del pallone, finta dopo finta, tiro dopo tiro, passaggio dopo passaggio, intuizione dopo intuizione.
Non è caso raro nel calcio che colui il quale è, dai “dotti”, considerato il miglior giocatore del mondo giochi nella squadra migliore del mondo (basti guardare le ultime classifiche dei palloni d’oro!), ma non è altrettanto agevole reperire nel recente passato una squadra tanto bella, forte e vincente come il Barca di oggi, con giocatori che, nei rispettivi ruoli, rappresentano il meglio o quasi il gioco del pallone possa mettere a disposizione: Xavier Hernández Creus da Terrassa, Catalogna, Spagna, Europa, un altro che, insieme al divino Leo, vede “cose che voi umani non potreste immaginarvi..”, Daniel Alves da Silva da Juazeiro, Bahia, Brasile, Sud America, un signore che ama correre su e giù su fascia come il suo antenato Cafù, ma sa toccare quella palla con la forza e la delicatezza che solo i brasiliani sanno avere, Andrés Iniesta Luján da Fuentealbilla, Castiglia-La Mancia, Spagna , Europa o Gerard Piqué Bernabeu da Barcellona, Catalogna, Spagna , Europa.
Il Barcellona, orgoglio Catalano, fierezza tutta spagnola di un calcio che non ha tempo e che riesce a conciliare bellezza, ariosità, divertimento, praticità e vittorie… tante vittorie!
C’è modo e modo di vincere e c’è modo è modo di essere vincenti, c’è chi riesce a conquistarsi i complimenti ed il rispetto degli avversari, c’è chi invece pretende che questi chinino il capo dinnanzi ai vincitori.
La straordinaria grandezza del gioiello di Josep “Pep” Guardiola da Santpedor, Bages, Catalogna, Spagna, Europa, è che malgrado da due anni vinca praticamente ogni competizione, quasi ogni vero sportivo ed amante del calcio (salvo, credo, i tifosi delle merengues e gli Interisti) non può esimersi dal parteggiare per loro, a sognare con il loro gioco, a godere con i loro giovani talenti, a gioire ammirando il miglior giocatore del mondo.
La grandezza della compagine Català sta anche nel modo in cui il suo Leonida si presenta davanti alla stampa ed al mondo in adorazione, sta nel fatto che prima di stravincere il “partido del siglo/milenium” si limiti a dire: «bè se vinciamo bene altrimenti non è morto nessuno…», sta nella umiltà di ricordarsi di Maldini e di Mazzone nel momento del trionfo più grande, sta nel fatto di riuscire a trasmettere a tutti, giocatori e non, che il calcio è soprattutto divertimento, gioia e fantasia e non una questione di interessi, intercettazioni e vil denaro!
C’è solo un piccolo tarlo che mi frulla in testa in questi giorni.
Si dice che gli esseri umani amino ricercare le similitudini, le analogie, le somiglianze tra le cose, siano esse dello stesso tempo, siano esse figlie di storie, culture, realtà e tempi diversi, pare sia una cosa cui l’uomo è indotto ancestralmente a compiere con o senza ragione.
E il calcio, delirio collettivo della società, non fa certo eccezione; così ogni volta che nasce un nuovo talento che ha il pregio di innalzarsi sopra gli altri, ecco che inizia l’avida ricerca di paragoni con il passato: cosi è stato per Ronaldo Luís Nazário de Lima da Rio de janeiro, così è stato per Ronaldo de Assis Moreira da Porto Alegre, così è stato per Roberto Baggio da Caldogno, così è stato per Romario, Cantona, Zidane e tanti altri… è ormai bramosa consuetudine giornalistica ricercare il campione del passato e paragonarlo a quello di oggi per poi… dimenticarsene….
Questa è la cosa strana, Maradona/Messi somiglianza incredibile e bellissima che partita dopo partita, goal dopo goal sembra sempre più viva: basti pensare alle terre natali, all’altezza, al fisico da puffo, al piede preferito, al goal all’Inghilterra ed a quello al Getafe.
Alla straordinaria somiglianza manca forse la capacità di sapere tirare le punizioni che ancora il talento Blaugrana non ci ha mostrato con ineluttabile consuetudine come soleva fare il suo avo, ma forse è solo questione di tempo… di contro il nostro giovane pallone d’oro riesce a realizzare le sue imprese in un calcio che corre a 150 all’ora ove ci sono i Cristiano Ronaldo, i Sergio Ramos, i Maicon, i Villa, gli Alvarez, i Rooney, i Nanì, tutta gente che ha dovuto aggiungere alla capacità di sapere toccare il pallone una cura per il proprio fisico ed il proprio stato di forma che 20 anni fa era a dir poco impensabile.
La straordinaria grandezze del nostro Leonel è che nel giro di tre giorni si permette di irridere i giovani virgulti Wengheriani con 4 goal e poi di rischiare di farne altri 3 ai sontuosi e ricchi galacticos.
… ma se domani nasce il nuovo niño della cantera vi prego paragoniamolo al gioiellino del Barcellona, o al vichingo Rooney e non più al grande Diego che giocava un altro calcio, che ci ha già fatto sognare, ma che appartiene ad un'altra epoca purtroppo o forse per fortuna, d’altra parte accontentiamoci di avere già il nuovo Senna, il nuovo Borg, il nuovo Agostini, il nuovo Nicklaus

Eddie

P.S.
Lasciatemi compiacere perché ieri al Santiago Bernabeu, nella partita più importante della Liga, tra le squadre più importanti siano scesi in campo 11 giocatori nati nella penisola iberica per poi diventare 14 con i cambi, all’Olimpico, per Roma-Inter, compresi i subentrati erano solo 6… ma siamo pur sempre i Campioni del Mondo!

lunedì 8 febbraio 2010

Appunti di geografia calcistica (parte I)

Si potrebbe chiamare fattore “B”, se non evocasse la lettera cui F. Cordero, che non è un centravanti argentino, dedica articoli a dozzine su un molto noto quotidiano.
Sta di fatto che è difficilmente contestabile che, ad oggi, febbraio 2010, il miglior calcio del pianeta sia giocato dal Barcellona e dal Bari.
Del Barcellona, molto si sa: trame di passaggi fitte come reticoli, sprazzi di genio incostante, cantiere aperto di giovani virgulti. Società a struttura vagamente popolare, col tifoso azionista, maglia immune da sponsor fino a poco tempo fa, quando cedette, a sue spese, a una tentazione umanitaria.
Nell’ultima finale di Champions League deve aver avuto qualche significato astrale che Lionel Messi, sghemba e minuta punta di diamante, abbia segnato un gol di testa contro le colonne difensive del Manchester United, in cui militava anche l’aitante Cristiano Ronaldo.
Ma più che in Messi, forse il cuore di questa squadra formidabile batte nel petto di Xavier Hernàndez Creus e Charles Puyol Saforcada, centrocampista di classe sopraffina il primo, centrale difensivo dai mai domi ricci il secondo, di entrambi si dice che il latte materno uscisse da un seno blu e dall’altro granata.
Del Bari, poco si sa, se non che è di certo più interessante, non foss’altro perché, mentre nell’aria opprimente delle friggitorie di Carrèr de la Mercé l’estate scorsa si aspettava l’arrivo di Ibrahimovic, sui lungomari di Bari, dinanzi a vassoi pieni di cozze, ci si chiedeva chi fossero Koman e Meggiorini.
Insomma, questo manipolo di sconosciuti seguita, domenica dopo domenica, a giocare alla velocità del fulmine, la palla inchiodata a terra, a cominciare dal portiere che, fosse per lui, neanche per parare userebbe le mani. Non stanno troppo attenti alla fase difensiva: tante di quelle volte tirano in porta e Barreto segna gol abbondanti.
Colpi di tacco, passaggi in verticale, corse folli sulle fasce; per dire, la squadra low-cost per eccellenza, la candida Inter, termine di tutte le congiure di palazzo, nemica degli arbitri e della Spectre, che si trova ad aver già vinto il campionato con diciotto mesi d’anticipo solo per l’innata capacità di “far nozze coi fichi secchi”, non è riuscita a vincerci in casa, e al ritorno è stata letteralmente ridicolizzata per tre quarti di partita, salvo poi rinvenire quando i furetti pugliesi avevano finito la birra.
Non senza augurare ai biancorossi che simile calcio futurista, almeno quanto il loro stadio kubrickiano, li conduca in europa, ipotesi anche vagamente possibile se non regalassero almeno tre o quattro gol fatti a partita, resta da chiedersi se ci sia qualcosa che accomuna questo calcio aereo e impetuoso con la latitudine da cui vortica, o per meglio dire il brivido che si prova quando l’ala s’invola, e culmina in un cross sull’uomo a rimorchio, con il vento che dal mare rimbalza sulla città, l’odore abbrustolito delle frattaglie, gli ammassi di pesce marcio sulle spiagge, la luce ovunque.
Se ciò che sta nelle viscere di Bari e Barcellona, nella loro essenza galleggiante e contorta, si ritrovi impresso tra le linee del campo.
Se esista un football meridiano e uno boreale, se in un certo modo di calciare il pallone si possa avvertire il profumo di un dopobarba irlandese oppure dei mandorli in fiore.

Arturo