
Chissà se quel giorno, coordinandosi, il grande Gabriel avrà provato anche rivalsa, verso quell'aria satura di glicini e supponenza che scende dai campanili e le volte, dagli affreschi che ispirano la dolce collina e la sfumano in nubi azzurrine. Quando arrivò, aveva ancora l'odore grezzo del prato e la sua faccia di giovane gaucho era troppo squadrata per non destare diffidenza tra gli ammiratori di statue.
Il modo di trattare il pallone non era diverso dall'accento aspro con cui si esprimeva nelle interviste; col tempo, avrebbe imparato a toccarlo con maggiore eleganza, per distrarre la linea retta che gli sembrava il modo più rapido per unire le gambe alla rete.
Nessuno potrà mai dire se dalla pampa si era portato anche quel corredo di disposizioni incerte dell'animo con cui metteva in scena melodrammi all'inizio di ogni estate, tentato dalle vittorie che sapeva mai avrebbe ottenuto restando a Firenze.
Per lungo tempo, l'ostinazione del suo sangue dovette prevalere, se l'inizio del campionato lo vedeva apparire fuori forma ed emaciato con ancora maglia viola e fascia di capitano, ma poi -inspiegabilmente, visto che era ridotto come un orso uscito dal letargo- ricominciava a segnare, con la stessa naturalezza con cui i vulcani esplodono, le frane crollano, le valanghe slittano a valle.
Intendiamoci, non c'era l'eleganza di Van Basten, né la rapina di Inzaghi, non il senso tattico di Milito, piuttosto c'era qualcosa che potrebbe essere definito come una necessità che porta la palla al di là del portiere, in qualunque luogo essa si trovi, qualunque sia il prezzo da pagare, in termini di fatica, coraggio o immaginazione.
Guardate qui, vero che Tudor è una mummia, ma vero è anche che sente il suo soffio arrivare, lo si vede da come piega la schiena, gli arriva l'onda dell'urto. Poi lui rimane in aria, ed esplode un autentico delirio. Quell'anno, era il 1998/1999, Batistuta tenne dei ritmi impressionanti, finché non gli cedette un ginocchio all'inizio del girone di ritorno, vanificando le speranze di scudetto della Fiorentina. Poi lo mandarono in campo, quasi fosse una specie di totem, circa una settimana dopo l'intervento, come andare a sciare tre ore dopo una polmonite, e lui segnò un gol di tacco al Piacenza, giocando praticamente con una gamba sola.
Ascoltate, l'anno dopo, il telecronista. La voce è quella di un'azione ordinaria, non scalda l'ugola per l'assolo, che infatti gli esce come un singhiozzo. Da lì, in quel luogo, in quel modo, non si può segnare, è assolutamente contrario alle leggi della natura, fino a prova contraria.
Gabriel Omar Batistuta è stato, talvolta, la prova contraria.
Quando si trasferì alla Roma, dietro un pianto di facciata, a Firenze pensavano di avergli ceduto un cimelio corroso dai tarli. Forse era vero, ma tarli o non tarli giocò uno dei suoi leggendari gironi d'andata (su tutto, forse spicca la doppietta in casa del Parma, nella cui porta c'era ancora Buffon, assolutamente strepitosa).
Venne anche il giorno in cui si trattò di incontrare la Fiorentina, ed accadde l'inevitabile. Non perché la Fiorentina avesse, ed abbia, una particolare predisposizione a subire i gol degli ex (quest'anno, rimarchevole la doppietta Pazzini-Semioli in Sampdoria-Fiorentina: mancava solo che segnasse Zauri), ma perché, come una necessità appunto, gli si manifestò in un solo istante tutto il passato, gli tornò indietro tutta la forza che aveva messo nei tiri scagliati, nel suo tipico allargarsi all'esterno dopo aver fintato verso l'interno, nelle corse verso la Fiesole dove per troppo amore gli dedicarono una statua, o è solo che Firenze non sa distinguere tra vita e depliant di musei.
Così gli partì quel tiro incredibile, quel tiro normale, perché la palla doveva ancora una volta andare al di là del portiere (come, si può notare, tra la parola "Batistuta" e l'urlo "gol" del telecronista passa un tempo lunghissimo). Quel giorno, il grande Gabriel vide l'amore di una vita crollare sotto i suoi colpi, si chinò e le poggiò una rosa sui denti.
Arturo