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domenica 18 aprile 2010

Ritirate il numero 6

Prima della Convenzione di Fusignano, su cui fiumi di inchiostro sono stati gettati da una letteratura fin troppo indulgente con le suggestioni medievalistiche, le difese delle squadre di calcio non stavano rigide come doghe di legno a metà prezzo, schierate in linea come un plotone di esecuzione, a contarsi i millimetri di dietro come per l'abito da sposa.
Almeno nel campionato italiano, la svolta concettuale sugli assetti difensivi si è avuta con il fantascientifico (per allora) Milan della seconda metà degli anni ottanta (che annovera tra i suoi antecedenti il c.d. calcio totale olandese). Da quel momento in poi, il rettangolo di gioco è diventato materia elastica, accorciabile quanto si vuole, nella propria metà campo potendosi tracciare la linea virtuale tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori dal gioco.
In uno stato di esaltazione geometrica, si definisce diagonale il movimento con cui l'esterno di difesa recupera sull'attaccante avversario che sia riuscito a eludere il controllo dei difensori centrali.
Nella ricerca ossessiva della sottigliezza si è però forse smarrita la figura del numero 6.
Il 6 era, nel sistema undecimale, il difensore non immediatamente investito dei compiti di marcatura. Portava il nome del cane di una vecchia canzone di F. De Andrè.
Il libero, che invece oggi è diventato un giornale sempre molto sereno nei giudizi, era per sua stessa natura retrostante e schivo. Guardava il gioco svilupparsi da dietro la cortina dei marcatori, con un senso di estraneità simile a quello che deve provare il portiere, ma diverso perché lui era un estraneo tra i simili, mica scendeva in campo indossando un pigiama.
Il libero era l'ultimo baluardo e l'ultima speranza. Al libero non serviva troppa forza, il suo dilemma era lo spazio, farsi trovare sempre pronto nel luogo delle scelte, dei crocevia senza ritorno.
Oggi, il fuorigioco sottende l'idea che difendersi è affare per deboli; la sua applicazione oculata consente infatti di evitare ogni assalto. Anche quando fallisce, si tratta di inseguire l'avversario che scappa, un po' come un ladro che ci ha fregato l'argenteria, non di sentirsi chiusi, oppressi, misurarsi davvero con un pericolo, intenderne le dimensioni e gli sforzi per sormontarlo.
Il libero aveva questo tratto inconfondibile impresso nel nome, nel suo incedere petto in fuori e palla al piede, incurante delle forze avverse, per trainare la squadra fuori dal pantano. Non che pretendesse per sé molta gloria: il più delle volte, scampato il pericolo, passava la palla a chi di dovere e se ne tornava indietro, nel suo cono d'ombra.
Si racconta di calciatori di enorme talento (tra questi, Juan Alberto Schiaffino, nella Roma) che, fiaccati dall'età o dagli infortuni, giocarono le loro ultime stagioni da libero, in un ripiegamento estremo, in un pensoso tirarsi fuori dalla ribalta, come se davvero alla libertà si possa arrivare solo a tempo (quasi) scaduto.
In Italia, l'ultimo grande interprete del ruolo è stato probabilmente Gaetano Scirea.
A partire dalla svolta Sacchiana, tracce dell'antico numero 6 forse ancora sopravvivono nella distinzione tra chi è regista di difesa e chi non lo é: cambiate le operazioni, ci deve pur sempre essere qualcuno che le comanda e le premesse di una buona difesa, come ripete sempre Eddie, stanno tutte nel giusto assortimento tra i due difensori centrali.
Tratti del vecchio stile resistettero in Franco Baresi, seppure protagonista di quello storico Milan. Del resto, l'autorevolezza delle sue cavalcate trovava preciso riscontro nel segnale di sospensione dell'incredulità con cui, alzando il braccio, chiamava il fuorigioco e tutti, a cominciare dall'arbitro, se la bevevano, senza nemmeno essere sfiorati dal dubbio.
Qualcosa, oggi, in quel che resta di Nesta.
O in tutte quelle volte che le cose non tornano e si è sotto assedio, ma uno esce col petto in fuori dalla battaglia e si porta via lontano il pallone.


Arturo