lunedì 14 marzo 2011

Gli eroi son tutti giovani e belli

Si è molto parlato, ultimamente e forse a sproposito, dell’azionismo torinese.
Il partito d’azione, che ha incarnato una “terza via” della resistenza italiana durante la seconda guerra mondiale, costituirebbe, secondo alcuni, il referente storico di una non si sa bene quanto occasionale o strutturata compagine di pensatori, giuristi, scrittori, giornalisti che si pone in aperto contrasto con l’orientamento politico oggi prevalente. Per la verità, il termine di paragone è servito, nelle intenzioni di chi lo ha instaurato, soprattutto per sminuire il valore dell’iniziativa attuale a fronte dell’antico afflato dei precursori.
Nondimeno, si può isolare una critica di più ampio respiro, che unisce in qualche misura i due fenomeni in un unico negativo giudizio. Ciò che si critica, in particolare, è l’arroganza della minoranza. Tale arroganza sta e cade, evidentemente, con la consapevolezza, anche un po’ compiaciuta, del proprio carattere elitario.
La questione, al di là degli obiettivi strumentali, su cui non è il caso di addentrarsi, è di un certo interesse, perché va a toccare uno snodo critico, che non saprei definire se non esistenziale, nella vita di una persona, cioè quello in cui si riconsidera la propria adesione a un’idea di minoranza.
In estrema sintesi, non c’è differenza, in astratto, tra essere parte di una maggioranza ed essere parte di una minoranza, per tre motivi. Innanzi tutto, sia la maggioranza che la minoranza possono essere prevaricatrici. In secondo luogo, l’adesione all’una o all’altra può essere motivata da ragioni clientelari o di comodo. Infine, se la maggioranza può aver gioco facile nell’aggirare i diritti della minoranza, la minoranza può sempre tirare la corda del vittimismo per negare le legittime acquisizioni della maggioranza.
A carico della minoranza c’è, inoltre, il non trascurabile appunto dell’essere arrogante, il preteso distacco dalla generalità delle voglie e dei costumi, la diversità come cifra, neppure troppo nascosta, di una superiorità. Tanto più antipatica, questa arroganza, se si considera che essa è comunque mediata, e corroborata, dall’appartenenza a un gruppo: una solitudine, verrebbe da dire, molto numerosa.
Queste tediose riflessioni si attagliano a una squadra di cui si parla molto poco, perché sta nel dimenticatoio della serie B, oggetto di culto per pochi appassionati. Questa squadra è il Torino. Al Torino ben si addice la definizione di squadra minoritaria, soprattutto se contrapposta all’altra squadra che, seppur solo formalmente, ha sede nel capoluogo piemontese. La Juventus, probabilmente, è la squadra più tifata d’Italia e, proprio in virtù di questa vocazione maggioritaria, può dirsi di Torino solo perché la sua proprietà è di Torino, non certo per una questione di appartenenza geografica (allo stesso modo, la milanesità di Inter e Milan, sebbene gli diano gli ambrogini, è una pura categoria dello spirito).
Al Torino ben si addice anche la definizione di squadra elitaria, forse in virtù dell’immagine che generalmente si ha della città di Torino, non solo in quanto culla di quel tipo di azionismo oggetto di critica. Ben si addice, da ultimo, al Torino il paragone col partito d’azione, per la curiosa coincidenza temporale del loro apogeo e susseguente declino (la tragedia di Superga, in cui si spense il leggendario Torino di quegli anni, è del 1949; il partito d’azione si dissolve, per l’incompatibilità della sua anima socialista con quella di vocazione più liberale, a ridosso della Costituente; sul sito del Torino è peraltro esposta una tesi sull’origine del colore granata di alto valore patriottico).
Uno si potrebbe immaginare il tifoso del Torino come uno schivo studioso, un pensieroso infermiere, un estroverso impiegato postale, che di venerdì sera, mentre fuori “la neve attenua ogni rumore”, si prepara le lumache di Cherasco nella sua casetta dell’astigiano (Paolo Conte, per inciso, pare sia tifoso del Milan), e il camino sfrigola lentamente e la malinconia l’avvolge perché sa che ancora una volta l’anticipo serale andrà male, in qualche campo umido di Piacenza o Sassuolo.
Non so se queste solitudini, nell’insieme, siano o non siano numerose. Forse, ci sarà qualche tifoso del Torino che guarderà con sovrano sdegno le brulicanti schiere di adoratori della Juventus, dicendo tra sé che ne sapete voi del sapore edificante della sconfitta (un po’ lo sanno, va detto, negli ultimi tempi).
Ma questo è il punto: il tifoso del Torino sa che la sua irrilevanza, che forse lo eleva o forse no, è permanente, mentre tutti gli addetti ai lavori sono dispiaciuti per il fatto che la Juventus non vinca e ci si interroga di continuo sulle ragioni, sugli arbitri che adesso pur di non darle un rigore si farebbero tagliare la testa, su cosa si deve fare per portarla al livello di Inter e Milan, poveri tifosi e quant’altro (su questo, ampiamente, v. sopra Eddie).
Il Torino se ne sta lì, col suo passato mitico, in cui entrano il lutto per Gigi Meroni, l’ultimo scudetto virato seppia nel 1976, l’epica rimonta da due gol sotto contro la Juve (nell’anno in cui lo scudetto lo vinse la Roma, e poi mi dicono che non ci deve essere una forma di solidarietà tra le squadre che vincono mai, o quasi mai), la lezione di calcio data al Real Madrid nella semifinale di Uefa, quel colore di maglia che è un rosso corretto dalla nostalgia, la sua cucina sapida di territorio, la sua eleganza austera e un filo affettata, tutte cose e ricordi piegati ordinatamente come paia di calzini in un cassetto, e a questo punto non me ne frega già più se tutti i suoi tifosi insieme possono fare un Palasharp: io aspetto soltanto che una curva granata si riaccenda in una bizzarria della storia.


Arturo

domenica 6 marzo 2011

Qualcuno ha idea di dove si stia andando?

Assistere ad un film già visto, nel calcio in particolar modo, è decisamante deprimente.

Malgrado fossi certo del risultato finale mi sono seduto, più per consuetudine che per altro, a vedere la Juve mentre veniva surclassata dall'enensima Squadra.

Le analisi su quest’ultima ricostruzione bianconera oggigiorno si sprecano e quasi tutte convergono sulla inadeguatezza di una rosa poco talentuosa, un tecnico non all’altezza ed una società che continua spendere male i propri pochi denari.

Non sono d’accordo!

Dalla conclusione della campagna acquisti continuo a ripetere che la direzione indicata sia, finalmente, quella corretta ed a differenza di molti “esperti”, concordo in pieno sulle tappe di avvicinamento ad essere un squadra nuovamente competitiva. Certo una rosa senza un vero terzino sinistro ed una ala sinistra di ruolo lasciava intravedere qualche incongruenza del progetto, ma a parte ciò l’idea di fondo non era malvagia.

Solo un grave errore attribuisco alla società di corso Galileo Ferraris: Delneri!

Non me ne voglia il bravo tecnico di Aquilea, ma senza mettere minimamente in discussione le sue indubbie qualità, ritengo che ad un progetto pluriennale di rinnovamento drastico servisse una guida sicura, affidabile e indiscutibile. La scelta di affidarsi ad un tecnico “anziano”, del tutto carente di esperienza in una grande squadra (e nelle prime interviste alla stampa questo aspetto è risultato evidente: “Non siamo da scudetto”, “no bè volevo dire che forse lo siamo, ma voi non avete bene inteso” etc. etc.) ha di certo fornito un comodo alibi alla rosa di ricchi “bambini” che compone la Juve. Anche il modulo, lasciatemelo dire, è anacronistico: delle squadre di vertice solo il Bayern Monaco (ma per quanto ancora?) adotta il 4-4-2, tra l’altro con miseri risultati (e la squadra di Monaco ha tra le migliori ali il calcio possa offrire, non Pepe e Martinez!).

Per il medesimo motivo sarebbe sbagliato e senza senso esonerare il tecnico ora: che la figuraccia, senza alibi di sorta, la facciano i giocatori, che si permettano dopo di pretendere aumenti di contratti o di rifiutare cessioni a questa o quell’altra società.

La società bianconera ha iniziato un processo inevitabile, quanto doveroso, di ringiovanimento drastico del parco giocatori (sembrerà assurdo, ma la Juve, insieme al Palermo ha la rosa più giovane della serie A), sta procedendo ad eliminare stipendi pluri milionari, avrà, a breve, uno stadio tutto suo con evidenti aumenti di incassi stagionali, deve, certo, fare i conti con una gestione di una società all’“italiana” degli ultimi anni che ha prodotto un buco di 50 milioni di euro e paga, a ragione, le scorie di calciopoli, ma la direzione, continuo a ripetere, è corretta.

Adesso occorre più che mai una guida sicura, un tecnico (Spalletti?) che sia identificato da giocatori e società come un riferimento per almeno un triennio, ci vuole un segnale forte del tipo: lui sarà l’unica voce tecnica della società da qui a tre anni, indipendentemente da tutto; se tu giocatore non ti adatti o non ti rispecchi nei moduli sei pregato di andare altrove! Risulta superfluo evidenziare che, oltre a ciò, quest’estate il percorso tracciato dovrà proseguire sia eliminando tanti altri rami, ormai rinsecchiti, rimasti in rosa, sia procedendo ad innesti che immettano quella tanto agognata qualità laddove necessario e soprattutto laddove il nuovo tecnico lo riterrà più necessario!

D’altra parte, forse, ci si dimentica che ormai la “gestione finanziaria più attenta” (o per dirla all’americana: “il fair-play finanziario”) è il credo di - quasi - tutti: certo c’è il Real che spende e spande e (ad oggi) non vince, c’è un Milan che compra “a rate” tanti “giovani” talenti, c’è un Inter che si può permettere di investire ben 50 milioni di euro nel mercato di gennaio, c’è una Roma che per racimolare i soldi necessari al pagamento degli stipendi si trova costretta ad indebitarsi con i suoi stessi padroni (ma il conflitto di interessi non c’è?) per oltre 50 milioni di euri a fronte dei quali, pare, siano state dati a garanzia i proventi dei diritti TV di questo e del prossimo anno, nonché i proventi generati dallo sponsor principale fino al 2016! Seguendo questi esempi non si va da nessuna parte se non verso società che rischiano il tracollo finanziario da un momento all’altro.Concordo sul fatto che nessuno si permetterà di precludere alle società indebitate di partecipare alla Champions League (ma non diciamo idiozie!!!), però è altrettanto vero che perseguire strade più virtuose, in questo periodo storico specialmente, appare l’unica via praticabile (a meno di non avere ricchi sceicchi pronti a buttare i loro denari).La strada tracciata dalla Juve è giusta, ci vuole solo tempo e pazienza e queste doti, è noto, mancano ad ogni buon tifoso, ma non possono mancare ad un buon dirigente.

Poi si sa: “Alla Juventus non è importante vincere è l’unica cosa che conta”…

Eddie

lunedì 28 febbraio 2011

Monday night

Così era scritto, così doveva andare: rigore gentilmente donato, poi spazio alla luce del papero e.. sud sconfitto come ordinato dall’alto.

Ora tocca sconfiggere le malelingue, i dubbi e quelli che la divisa l’hanno mantenuta nera, ma niente paura, saranno sconfitte anche quelle brutte toghe monocolore!

Questo è il mondo del pallone dopo calciopoli… questa è l’Italia dopo tangentopoli. Tutto cambia per non cambiare, si caccia il vecchio padrone per far posto al nuovo signorotto… se non altro nel calcio qualche certezza permane: le righe nere verticali rimangono, muta solo il colore di sfondo… viva il calcio!

Eddie

martedì 1 febbraio 2011

Fisiognomica

Da una parte c’è il rampollo di una famiglia ebrea della middle-class newyorkese, che disfa la sua identità sui marciapiedi e nelle mansarde ispirate della città, dedito a ogni eccesso sessuale, al travestitismo, sedotto da intellettuali satiri, ferocemente aggrappato a una chitarra elettrica che graffia e distorce su pareti di violino. Nessuno lo avrebbe mai detto somigliante in vecchiaia al primo allenatore italiano della nazionale di calcio inglese, uomo di regime, monogamo e fedele, di cui l’unico eccesso ipotizzabile è la passione per l’arte contemporanea.
Da una parte c’è il ragazzo di San Canzian d’Isonzo, mento squadrato e temperamento schietto, già adulto nel rincorrere il pallone sui prati del Friuli. Si intuisce che per lui non c’è educazione possibile al di fuori della disciplina, e c'è una linea che, se oltrepassata, consente di mettere le mani sul collo di un uomo. Nessuno gli avrebbe smorfiato il destino di scambiarsi i tratti in futuro con una roca leggenda della musica pop, declamatore di E.A. Poe, sopravvissuto a se stesso e ai suoi miti.
Fabio Capello è il più simpatico degli antipatici. C’è nella sua linearità senza fronzoli il retaggio di una disposizione concreta alla vita, che gli rende del tutto indifferente la bandiera sotto cui svolgere il mestiere in cui eccelle. Il mercenario è, infatti, tanto più nobile quanto più se ne frega. Per lui conta solo fare al meglio ciò per cui si è pagati. Si sa che potrebbe passare in ogni momento dalla parte di chi lo metta nelle condizioni migliori per lavorare. Il gioco è chiaro, ogni romanticismo è una sovrastruttura.


Me lo ricordo, una volta che comprai un biglietto da un bagarino al quadruplo del suo prezzo: tutto lo stadio, e che stadio, lo odiava, ma lui stava per vincere la sua seconda Liga, con il suo non bel gioco, con il suo do ut des, con la sua freddezza di commerciante. Parafrasando uno scrittore spagnolo, bisogna sempre diffidare degli allenatori che non chiedono soldi per la vittoria, perché non si sa mai cosa potrebbero chiedere in cambio.
Anche se poi è andato ad allenare la Juventus, come se nulla fosse, è stato l’artefice dell’unico evento significativo del calcio italiano degli ultimi venti anni, la vittoria dello scudetto con la Roma (al pari della vittoria della Lazio l’anno prima, sebbene io sia un convinto sostenitore della tesi secondo cui Lazio, Inter e Juventus non hanno, in astratto, alcuna ragione di esistere). Nel 1973, anno in cui Lou Reed pubblica uno dei suoi capolavori, Berlin, Capello segna lo storico gol decisivo nella vittoria dell’Italia a Wembley. Queste sono le gemme di una carriera solida come la sua tempra, rassicurante come la noia fertile in cui mi immergerei in una discussione con lui e il suo amico Edy Reja, su come non si butta il pane raffermo, sul tempo della semina e su quello del raccolto, sul tempo e basta, che è solo quello trascorso, mai quello che verrà.
Durante la conversazione, con il timore reverenziale che avrei nel discutere col generale combattuto in mille guerre da soldato semplice, gli domanderei se conosce Lou Reed, l’uomo cui il tempo ha dipinto lo stesso disegno sul volto. Cosa hanno in comune due vite così diverse, per portare alla stessa malinconia.


Arturo

venerdì 3 dicembre 2010

In difesa di Ezequiel

Avevo preparato tutto, studiato coincidenze, disinnescato variabili, per lunedì sera. In genere il lunedì sera non sono mai a casa, per questioni sportive ma non calcistiche, e poi è bello uscire il lunedì sera, le strade sono vuote e l’inverno se ne approfitta.
Ma questo lunedì sera avevo o simulavo un dolore alla schiena che mi avrebbe costretto in casa e perfino il frigorifero, che in genere decide lui cosa io debba mangiare, crosta di parmigiano o torta, era organizzato per non indurmi a repentine fughe verso il supermercato, il cui orario di chiusura ormai si prolunga a tempo indefinito nella notte.
Perfino il gatto era avvertito, che mi avrebbe dovuto cedere il suo posto sul divano.
Invece imprevista è arrivata una telefonata, per un impegno che io non avevo preso, ma altri avevano preso per me, e dicendomene interiormente di tutti i colori ho confermato la mia presenza. Tutto saltato, il frigorifero semipieno per nulla, l’alterazione del piano quinquennale del gatto. Ho pensato di lasciargli la televisione accesa, perché potesse godersi lui la partita, con quello sguardo furbo e imbecille, ma ho desistito, i gatti sono pieni di impegni.
Per la verità, lunedì sera mi sono divertito comunque, ma mi sono perso el partido del siglo (siglo veinte y uno, per dirla con un cantante terzomondista). Eppure, la risonanza dell’evento è stata tale da risolvere una piccola impasse in cui mi trovavo.
Da qualche tempo, avevo in mente di scrivere un post, ma non riuscivo a trovare una giustificazione valida per scriverlo, una giustificazione stilistica intendo. Già questo mi destava sospetti sull’intrinseca irrilevanza del suo oggetto, che infatti, dopo qualche distratta considerazione, è stato subito sopraffatto dalle attualità prepotenti del giorno dopo, prepotenti perché più interessanti, va da sé.
L’oggetto di questo post che non riuscivo a scrivere era ed è il gol di Lavezzi nella partita col Milan. Questo che sto scrivendo non è, con ogni probabilità, il post sul gol di Lavezzi, ed è quindi segno tangibile di una leggera sconfitta. Avevo pensato in un primo momento di scriverlo partendo da quel fermo-immagine, descrivendo i punti di vista dei soggetti coinvolti nella scena. “Che cosa pensano i giocatori quando segnano” è il verso che mi è sempre piaciuto di una certa canzone. Ho scartato l’idea perché mi sapeva troppo di gioco di incastri alla C. Nolan. Vita breve ha avuto anche l’ipotesi si citare affettuosamente l’inizio della prima storia di Corto Maltese, il post sarebbe iniziato grossomodo così: “Sono il pallone da calcio e sono quello che sta sospeso a mezz’aria”.
Dopo non aver visto il main event di lunedì sera, la confusione mi si è in qualche modo schiarita. Prodigi del tiqui-toque. Forse è l’ennesima riprova dell’inadeguatezza del gol di Lavezzi, mentre gli argomenti del Barcellona sono stati la quadratura del cerchio. Per dirne una, il gol di Lavezzi è stato inutile, il Napoli perdeva due a zero e alla fine ha perso due a uno. Il Barcellona ha vinto una sfida molto attesa, in cui entravano etnie, concezioni del calcio e del mondo, refoli di vendetta (a proposito, ma non potevano esibirsi in questo spettacolo giusto qualche mese fa, così per lo meno avremmo evitato il lieto orrendo fine del sogno Morattiano?).
Però c’è una cosa che vorrei dire: io questa partita non l’ho vista, eppure l’ho vista. Tale è stata la risonanza, tanti gli stralci su you-tube, tanto lo sbigottito clamore che, sono sicuro, tra qualche anno, quando questa partita sarà storia, appunto perché passata alla storia, io potrò dare a bere di averla vista, di esserne stato partecipe: basterà rammentare le verticalizzazioni vertiginose di Iniesta, il funambolismo di Messi, i tacchi, le giravolte, il possesso di palla esteso al di là della noia. Forse allora penserò di averla vista sul serio, se nel frattempo sarò rincoglionito il giusto. Sarà come capitare in uno scompartimento di treno mentre tutti parlano di Harry Potter: se uno vuole stare al passo coi tempi deve avere le cognizioni minime su Albus Silente. Con la differenza che quello di Guardiola è davvero un capolavoro, ci mancherebbe.
Ma è qui che il gol di Lavezzi si prende la sua piccola rivincita. Col passare del tempo, la prestazione galattica del Barcellona si confonderà nel ricordo di chi c’era e nel non ricordo di chi non c’era, per diventare un simbolo, un paradigma, l’elevazione massima di un certo modo di giocare, la panna che affiora sulla superficie del latte. Il gol di Lavezzi, se uno non lo ha visto, non lo può ricordare.
E siccome verrà un tempo in cui il tempo sarà troppo o troppo poco e della memoria sfuggiranno la sintassi, l’architrave e il discorso, allora mi aggrapperò ai mattoni e ai ricordi, ai relitti sul mare buio, e potrò ringraziarti Ezequiel, perché sarò sicuro di averti visto, di averti visto davvero.


Arturo

mercoledì 15 settembre 2010

Curvature nella memoria

Per molto tempo, ho pensato che il calcio fosse un ottimo antidoto alle conversazioni su Wittgenstein. Bisogna immaginarsi il contesto: un salotto, meglio se di sinistra; una discussione accorata su problemi profondi; idee incastonate nelle loro montature di discorsi salubri; e poi (come direbbe Giorgia), in un disperato tentativo di sospensione, introdurre, con un vero e proprio tackle concettuale, l'elemento Francesco Totti (ma anche Cambiasso potrebbe andar bene, visto che siamo in tema di tackle).
Dopo la retorica patriottarda occasionata dal mondiale (ma non si potrebbe fare ogni quaranta anni invece che quattro?), dopo la pantomima del calciomercato, comincio invece a pensare che Wittgenstein sia un ottimo antidoto alle conversazioni sul calcio (in particolare, la proposizione n. 7, come la maglia, del Tractatus, e non nella banale vulgata secondo cui se non si sa ciò di cui si sta parlando è meglio stare zitti: il calcio appartiene o non appartiene alla sfera del mistico?).
Totalmente demotivato, lo scorso sabato sera guardavo non so quale semifinale dell’Open degli Stati Uniti. A un cambio di campo, ho fatto un’escursione sul telecomando e mi sono imbattuto in Cesena-Milan, che si sa quanto è finita. A parte l’ilarità per il rigore sbagliato da Z. Ibrahimovic (un nome e un cognome, per favore, non il nomignolo), a parte la solidarietà umana a F. Caressa, che si vede proprio che gli dispiace quando la squadra che dovrebbe vincere cinque a zero non vince cinque a zero, a parte la triste considerazione per cui il Milan sta diventando l’Inter e l’Inter sta diventando il Milan, mi sono ricordato che, agli albori del mio interessamento calcistico, la mia squadra di allora, per pura casualità geografica il Messina, tornava sempre dal “Dino Manuzzi” con almeno due gol sul groppone.
In genere, si dice che il pubblico sia il dodicesimo uomo in campo. In realtà, se un dodicesimo c’è, non si tratta del pubblico, bensì dello stadio. Che non si tratti del pubblico, quello della Roma ne è controprova. Per quanto mi riguarda, basterebbe la canzone di Venditti perché l’arbitro emetta subito il triplice fischio e dia la vittoria d’ufficio alla squadra di casa. E invece le cose all’Olimpico girano quasi mai per il verso giusto (basti pensare all’epilogo dello scorso campionato).
Lo stadio del Cesena è uno di quegli stadi in cui, effettivamente, la palla può andare in porta da sola. Bisognerebbe parlarne con qualche premio Nobel, ma con ogni probabilità è un effetto che dipende da un fenomeno di curvatura dello spazio. Concorrono a questa curvatura vari elementi.
Innanzi tutto, le dimensioni. Lo stadio, per ottenere quell’effetto, deve essere piccolo. Non piccolo in senso assoluto, esistono stadi enormi che sono comunque piccoli. Raccolto è forse la parola adatta. Non ci deve essere la pista d’atletica, questo è chiaro, ma soprattutto l’andamento degli spalti non deve procedere in larghezza, se no lo stadio è buono solo per le amichevoli della nazionale o per un concerto di Ligabue. Angusto e verticale, lo stadio deve comunicare, architettonicamente, alle ordinarie leggi della fisica che nel suo spazio loro non entrano.
In secondo luogo, il tipo di tifo. Stadi del genere escludono in partenza il tifo cartesiano (tifo per questa squadra perché vince o ha vinto molto), il tifo Woody Allen (tifo per questa squadra perché mi ci identifico e ne posso parlare alla ragazza che non conquisterò perché la ammorbo con queste stronzate), il tifo complessato, a ben guardare una variante del precedente (tifo per questa squadra perché è vittima del sistema, arbitri venduti a quelle merde dei gobbi, per citarne uno a me vicino), il tifo estetizzante (tifo per questa squadra perché pratica la bellezza del calcio), il tifo radical-chic (tifo per questa squadra perché non è di un magnate brutto e cattivo). Stadi del genere ammettono solo il tifo dionisiaco: il delirio puro, inconsapevole, che celebra un rito misterico.
In terzo luogo, il rumore. In questi stadi non si sente un brusio di sottofondo, né un’altalena nervosa di silenzio e singulti. Si sente solo un unico, ininterrotto, frastuono. Per dirla con il mio manuale di fisica purtroppo mai aperto, il rumore è la quarta dimensione, il tappo che si chiude sul cratere, è il limite, il lasciate ogni speranza voi che entrate.


Arturo

sabato 17 luglio 2010

venerdì 25 giugno 2010

Non prendiamoci in giro

Era tutto scritto, tutto ampiamente previsto, forse non al primo turno ed in questa desolante maniera, ma di certo due italiani su tre erano largamente convinti fin dall'inizio che l’avventura sudafricana non sarebbe stata ricca di successi.
Al contrario di altri, non trovo sensato analizzare colpe e colpevoli di questa débâcle internazionale proprio perché… tutti lo sapevano, tutto era già stato ampiamente pronosticato e francamente del «io lo avevo detto» mi frega un piffero!
Vogliamo prendercela con il C.T. Lippi per non aver convocato Totti, Perrotta, Balotelli e Cassano, e sia.
Vogliamo prendercela con Mister Lippi per aver convocato i “bolliti” Cannavaro, Gattuso, Camoranesi e Zambrotta ed i “limitati” Pepe, Iaquinta, Marchisio e Montolivo, e sia.
Vogliamo prendercela con il tecnico viareggino per non aver dato certezze tattiche ad una squadra sprovvista di certezze tecniche, e sia.
Vogliamo prendercela con l’allenatore campione del mondo per non aver saputo intravedere in Quagliarella un giocatore particolarmente in forma e meritevole di essere schierato, e sia.
Vogliamo prendercela con una generazione di non fenomeni che l’Italia calcistica, ahinoi, per adesso sta “producendo”, e sia.
Vogliamo prendercela con i preparatori dello staff nazionale che hanno allestito una squadra come si conviene agli acrobati del circo di Ambra Orfei, e sia.
Vogliamo prendercela con Blatter ed il suo ostracismo alla tecnologia nel calcio, nonché con la terna arbitrale che annulla il regolarissimo goal qualificazione, e sia.
Potremmo proseguire a lungo prendendocela con i mille motivi che hanno determinato tre partite indecorose ed indecenti, trovo tuttavia tale disamina del tutto priva di costrutto, i problemi, come ho già detto, li si conosce e li si conosceva; i problemi non li risolviamo certo semplicemente sostituendo il commissario tecnico.
Evitando di entrare nel merito di questioni che non riguardano questo tema, mi permetto di evidenziare come nel 2006 la nazionale italiana, prossima campione del mondo, attingeva i suoi elementi da un bagaglio di squadre e di giocatori ben diversi da quelli attuali.
Tralasciando ogni aspetto tecnico o tattico, la generazione dei vari Del Piero, Totti, Gattuso, Buffon, Pirlo, Inzaghi, Nesta e così via ha avuto la fortuna e la possibilità di confrontarsi con il calcio d’oltralpe già in primissima gioventù.
A poco più di vent’anni Totti e Del Piero (solo per citare due esempi) avevano alle spalle già diverse annate di coppe internazionali, gan parte, se non tutti, i campioni di allora hanno avuto la “fortuna” di militare in società che miravano a cercare di conquistare prestigio e rilievo anche al di fuori delle mura di casa nostra.
E’ storia recente di un calcio sempre più ostaggio del dio denaro e che non vede altro che la Champions League ed i sui ricchi compensi!
Solo questo scenario acquista rilievo per le nostre squadre, il resto non conta, solo la competizione dei “Campioni” permette un ritorno economico congruo e meritevole di valutazione, il resto non conta.
Più o meno ciò che accadeva alla coppa nazionale in un passato prossimo, l'Europa League è più una fastidiosa incombenza da assolvere che un'occasione di crescita personale e di squadra!
Questa evidente inversione di tendenza, oltre che illogica ed inspiegabile (sotto l’aspetto tecnico ed emozionale), determina l’inevitabile conseguenza che gran parte dei giocatori italiani non trovino opportunità per confrontarsi con palcoscenici un pochino più rilevanti dello stadio della propria città!
Nel calcio italiano moderno l’evento non è la trasferta in terra iberica o lusitana, ma il macth con la Beneamata nello stadio più grande d’Italia!
Se a tale considerazione si aggiunge che un tempo i giocatori “non svezzati” venivano aggregati solo come jolly alle spedizioni azzurre e che oggi invece vengono indicati come gli elementi con “maggiore tecnica” ecco che il gioco e bello che fatto!
Nel 2006 la compagine azzurra attingeva gran parte della sua rosa da almeno 4 squadre di livello internazionale: Juve, Milan, Roma ed Inter di cui le prime due, allora, ai vertici del calcio internazionale.
E’ singolare costatare come al momento continuiamo ad avere la squadra più forte d’Europa, ma purtroppo è noto a tutti come, per quanto mirabilmente composta, sia purtroppo del tutto inutile alla nazionale… italiana!
La mia non vuole essere una critica, ma una semplice disamina ed uno spunto di riflessione, la mia vuole essere una proposta, un modello da seguire e perseguire che, tra l’altro, abbiamo tutti davanti agli occhi: la Germania.
L’Italia calcistica vive un periodo decisamente particolare, il cosiddetto “giocattolo” è, a mio avviso, sul punto di frantumarsi irrimediabilmente se non si tenta di dare un sferzata decisa.
Polemiche, arbitri inadeguati, società indebitate fino al collo, violenza negli stadi, bassissima cultura sportiva, valorizzazione nulla dei settori giovanili, tifosi pronti a scatenare guerre civili per un acquisto non gradito etc. sono tutti sintomi di un morbo che dovrebbe essere diagnosticato e curato con attenzione.
I “cugini” teutonici lo hanno capito per tempo, hanno sanato i bilanci e favorito la costruzione di stadi di proprietà da parte delle società, la Federazione, grazie anche alla classe politica, ha fornito ai Club gli strumenti per diversificare le entrate economiche.
Hanno sfruttato la massiccia presenza di immigrati favorendo la naturalizzazione di tanti giovani calciatori cui si è dato subito accesso ai vertici del calcio tedesco ed alla nazionale guidata da Jürgen Klinsmann prima e da Joachim Löw ora.
Si è attraversato un naturale periodo di transizione, ma i frutti di un’operazione intelligente e rivolta al futuro non si sono fatti attendere: la Germania ha una delle squadre più giovani ed interessanti del mondiale, il suo capitano Philipp Lahm, a meno di 27 anni, ha già disputato circa 70 partita con la sua nazionale, il Bayern è uno dei pochi “grandi club” che ha bilanci da primato, il Wolfsburg, lo Stoccarda, il Werder Brema e lo Shalke 04 e tante altre compagini iniziano a farsi vedere e sentire anche a livello internazionale rispolverando i passati fasti del Borussia Dortumnd e del Kaiserslautern… e, come se ciò non fosse sufficiente, presto opereranno il tanto temuto sorpasso ai nostri danni nel ranking della UEFA togliendoci di fatto un posto nelle prossime Champions League!
La federazione italiana ha scelto un ottimo allenatore per il futuro, un tecnico abituato a lavorare con i giovani, la speranza è che questa amara quanto eclatante eliminazione possa servire ad avviare un processo di pulizia generale dell’ambiente che lo rinnovi dall’interno e che possa fornire i frutti in un prossimo futuro.
Non è tempo di raccogliere, purtroppo, è il tempo di rimboccarci le maniche e riprendere ad arare il campo, farlo riposare, seminare e curare con attenzione i piccoli frutti che a poco a poco cresceranno.
Non può essere un processo semplice, ma deve essere un processo orientato al futuro.
L’augurio è che avendo toccato il fondo (già sfiorato in occasione del deludente europeo Austro-Svizzero) si tenti di percorrere nuove (vecchie?) strade e non si inizi a scavare alla ricerca di una luce… dall’altra parte!

Eddie

P.S. In un paese dove ognuno è pronto a scaricare le proprie responsabilità, massimo rispetto per Mister Lippi che se le è assunte tutte ed in prima persona. Gesto dovuto certo, ma non così scontato!

venerdì 4 giugno 2010

Le scelte difficili


E finalmente l’ammiraglio Lippi scelse i 23, pardon, 24 mozzi destinati a difendere sul campo il successo del 2006 e soprattutto a cercare di mostrare al mondo che l’Italia calcisticamente vincente non è solo quella della congrega cosmopolita del “santone” di Setubal.
E’ datata la convinzione che vuole la penisola ricca di allenatori in erba pronti a criticare formazioni, moduli e tattiche, ma quale mestiere regala più soddisfazioni che non quello del critico.
D’altra parte si sa lo stivale è da sempre un paese di santi, poeti, navigatori e.. allenatori di pallone!
Veniamo a noi, e cerchiamo di affrontare un discorso semiserio sui nostri atleti, sia su quelli che partono che su quelli che, ahimè, passeranno presto a far visita al neo padre Briatore in Sardegna.
Capitolo portieri: qui la scelta è quasi obbligata; ed anche se non sono del tutto convinto che Buffon rappresenti oggi il meglio nel ruolo, di certo è l’unico che congiunghi classe, tecnica ed esperienza. Per Sirigu e Viviano, forse, ci sarà tempo più avanti, Marchetti e De Sanctis al contrario sono già oggi ottimi rincalzi, anche se al primo manca qualsivoglia esperienza internazionale (salvo, forse, qualche “incontro” estivo nelle amene località dell’isola del pane carasau!).
Capitolo difensori: nel ruolo un tempo eravamo maestri, da Maldini a Scirea, da Baresi a Facchetti, da Nesta a Cabrini fino al Cannavaro del 2006. Oggi, però, il nostro capitano, strafelice (per l’ingaggio, immagino?) neogiocatore dell’Al Ahli, non è più il ghepardo di una volta e se Lippi non riesce a farsene una ragione in tempo il rischio di figuracce è quasi assicurato. Passando oltre, Chiellini rappresenta l’unica reale certezza (non sulla fascia però per favore!), Bonucci la speranza, come d’altra parte Criscito e Maggio, Bocchetti l’azzardo e Zambrotta, c’è da chiedersi perché sia nella terra dei leoni se non per andare a fare un Safari!
Ma i palermitani Balzaretti e Cassani, o il diligente Antonini anche se con poca esperienza a grandi livelli, non avrebbero proprio fatto comodo?
Capitolo centrocampisti: perché Gattuso è stato convocato (vedi sopra Zambrotta)? Non me ne voglia il simpatico Ringhio e non me ne vogliano i suoi numerosi estimatori, ma siamo certi che nel suo ruolo non ci fosse qualche altro giocatore che nella stagione appena conclusa abbia giocato un pochino meglio? Lasciamo a casa Ambrosini, Perrotta e Brighi: nessun fenomeno, sia chiaro, ma tutti validi elementi il cui rendimento stagionale è stato di certo superiore a quello del rossonero.
Su Pirlo, De Rossi, Montolivo, Palombo e Marchisio non mi sento di muovere alcuna critica atteso che rappresentano quanto l’Italia calcistica produce attualmente ed i primi due, oltretutto, ci sono invidiati da mezza Europa. Su Camoranesi e Pepe mi permetto di esprimere, tuttavia, alcuni dubbi: in merito al primo, del quale le capacità tecniche non sono in discussione, si potrebbe ripetere il medesimo discorso fatto per Gattuso, è vecchio ed ha fatto un campionato orrendo, in più pare sia anche rotto! Su Pepe, non so che dire, corre, corre e… corre, di certo si farà in quattro per assecondare le richieste del commissario tecnico e per difendere il tricolore, ma oltre ciò nutro forti dubbi e nel suo ruolo avrei preferito Mannini o Marchionni.
Cossu mi piace da matti, è un gran bel giocatore, anche se forse un pochino acerbo e di difficile collocazione nel modulo di lippiano; cosa posso aggiungere? Speriamo che Camoranesi rimanga a curarsi per bene!
Capitolo attaccanti: Borriello a casa, Rossi a casa, Cassano… lo sanno anche le pietre! Gilardino e Pazzini per fortuna ci sono (e il secondo ha seriamente rischiato di non esserci!), il capocannoniere del campionato c’è, ma auguriamoci che non ripeta le deludenti prestazioni degli Europei.
A chiudere la lista compaiono l’amato (da Lippi) Iaquinta ed il verace Quagliarella, entrambi reduci da un campionato non esaltante…
Mi pare di non aver scordato nessuno, o forse uno si il Pupo di Roma... ma lui in nazionale (forse) non vuole più giocarci...
Che dire? Lippi rientra di diritto nella categoria dei grandi allenatori plurivincenti e si sa come questi siano tutti anche particolarmente presuntuosi… spesso però hanno ragione loro per bravura o per sorte… non possiamo far altro che auguracelo!

Eddie